7 gennaio 2009

il bambino con il pigiama a righe...


periodo di film...ieri pomeriggio in centro con luca...oltre allo shopping...intimo...ho comprato dell'intimo bellissimo...ci siamo rifugiati in un cinema...faceva molto freddo e volevamo vedere qsto capolavoro di film... Berlino, anni Quaranta. Bruno è un bambino di otto anni con larghi occhi chiari e una passione sconfinata per l'avventura, che divora nei suoi romanzi e condivide coi compagni di scuola. Il padre di Bruno, ufficiale nazista, viene promosso e trasferito con la famiglia in campagna. La nuova residenza è ubicata a poca distanza da un campo di concentramento in cui si pratica l'eliminazione sistematica degli ebrei. Bruno, costretto ad una noiosa e solitaria cattività dentro il giardino della villa, trova una via di fuga per esplorare il territorio. Oltre il bosco e al di là di una barriera di filo spinato elettrificato incontra Shmuel, un bambino ebreo affamato di cibo e di affetto. Sfidando l'autorità materna e l'odio insensato indotto dal padre e dal suo tutore, Bruno intenderà (soltanto) il suo cuore e supererà le recinzioni razziali. La drammaticità della Shoah, di un inferno voluto dagli uomini per gli uomini, è inarrivabile e di fatto non rappresentabile ma questo non ha impedito al cinema di provare e riprovare a misurarsi con quella tragedia. L'approccio cinematografico di Mark Herman, regista e sceneggiatore, è diretto e il punto di vista assunto è quello di un bambino, figlio di un gerarca nazista, la cui innocenza (davanti all'orrore) trova corrispondenza soltanto in Shmuel, coetaneo internato all'inferno. A differenza di La vita è bella e di Train de vie, Il bambino con il pigiama a righe non è una favola dove ognuno ha un proprio e preciso ruolo, al contrario nel film di Herman i due universi, quello del Bene e quello del Male, si lambiscono fino a confondersi e a sconvolgersi. Nel Bambino col pigiama a righe è l'inadeguatezza e la debolezza degli adulti, anche di quelli buoni, a obbligare i bambini a prendere in mano il proprio destino e a determinarlo. I padri e le madri non fanno “magie” come il Guido Orefice di Benigni e il Male che li circonda finisce per inghiottire i loro figli e renderli all'improvviso consapevoli. Il regista inglese è abile a evitare gli stereotipi della storia “cattiva” e della contrapposizione tra infanzia idealizzata e abiezioni del mondo adulto, analizzando la durezza di un'epoca (la Germania nazionalsocialista) e di un'età (l'infanzia). Muovendosi tra trappole d'apparenza ed eludendo clichè, sentimentalismi e scene madri, Herman mette in scena le ingiustizie e i rapporti di forza che si definiscono già nell'età più verde. Attraverso il minimalismo di episodi quotidiani, immersi nella severità dei colori freddi, Il bambino col pigiama a righe svolge la memoria, rivisitandola con soluzioni e libertà che rendono la storia intollerabile e lancinante. Per questa ragione, l'autore “chiude la porta” sulla camera a gas, interponendo fra gli spettatori e il volto della Medusa la pietas di un narrare artistico che consenta di guardarla senza soccombere impietriti, atterriti. Tratto dal romanzo omonimo dell'irlandese John Boyne, Il bambino con il pigiama a righe è un film evocativo di un'epoca nera e tragica, rivista attraverso la psicologia di un'amicizia infantile e di una (pre)matura scelta di campo, complicate da una realtà storica di discriminazioni e di selezioni razziali. Immagini che richiamano per tutti la necessità di frequentare (sempre) la Memoria e di non considerare mai risarcito il debito con il nostro passato.
trailer:

THE STRANGERS...5 gennaio sera


James e Kristen si fermano per la notte nella casa disabitata dei genitori di lui dopo essere stati a un matrimonio. Tra i due la tensione è palpabile: lui le ha proposto di sposarla e lei ha rinviato la decisione rifiutando l’anello che lui le offriva. Sono circa le 4 del mattino quando una ragazza bussa alla porta chiedendo di una certa Tamara. È l’inizio di un incubo. Progressivamente la coppia si troverà assediata da tre sconosciuti mascherati che hanno un solo obiettivo: terrorizzarli e poi ucciderli. Bryan Bertino, regista poco più che trentenne alla sua opera prima, prendendo spunto da un fatto di sangue realmente accaduto porta sullo schermo un trattato su come si costruisce la tensione. Nel non breve prologo si tratta di una tensione tra innamorati che scoprono di avere aspettative diverse (quei petali di rose di color rosso sangue sparsi ovunque non fanno presa su Kristen ma sono astutamente anticipatori). Poi, dopo il battere alla porta (i rumori sono utilizzati in un crescendo che ha ben poco di realistico ma offre con sicurezza una vasta gamma di soprassalti) la situazione precipita. Spetta a Liv Tyler sostenerla per gran parte della vicenda in un gioco che la vede passare attraverso tutte le espressioni della paura che si trasforma in terrore. È quasi certo che chi cerca l’ennesimo film alla Saw rimarrà deluso perché qui non sono le torture più efferate a catturare l’attenzione delle spettatore in sala quanto piuttosto la sensazione di impotenza nel difendersi dinanzi a un attacco di cui nessuno conosce autori e motivazioni. Ciò che in genere occupa i primi 15/20 minuti degli altri film (l’attesa di chi porterà la morte) qui si sviluppa per la quasi totale durata del film in una sfida con lo spettatore appassionato scendendo sul suo terreno. Bertino utilizza tutte le retoriche del genere già note cercando ugualmente di sorprendere chi si trova in sala. Non è un gioco semplice ma il risultato è a suo favore.
TRAILER:


BELLISSIMO...BELLO CMQ...QLCHE CAGATA MA DA ANSIA ASSICURATA E LEI SPLENDIDA!!!
LO CONSIGLIO E IL FATTO CHE SIA REALMENTE ACCANDUTO METTE SICURAMENTE PIU TENSIONE!
sono uscita il 5 sera con franceschino e salvati...
un beso bx

SPOT STORICI DEGLI ANNI 80"...

BELLISSIMIIIIIIII:



i miei anni...

bellissimooooo


un beso bx

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